Intervista a Barbara Capponi / Babas

In questa intervista vorrei lasciare l’introduzione direttamente alle risposte che ci ha dato Barbara, data la particolarità del suo lavoro. Siete d’accordo?

Frammenti di storie sigillati in piccole teche di racconti e parole. Cosa sono per te i Retablos e quando hai deciso di specializzarti in questo ambito?

Per me i Retablos sono piccoli mondi che creo a mia immagine e somiglianza. Sono come altarini, scatole magiche, spettacoli immobili. Sono giocattoli, messaggi, magie. L’ispirazione è nata dai Retablos messicani del Giorno dei Morti; ho usato quella forma ma ho aggiunto una cosa che per quanto piccola fa una differenza sostanziale: un titolo. Ho iniziato nel 2011 e non riesco a fermarmi. Non è che ho deciso di specializzarmi, è che sono addicted. Faccio anche altro, però.

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Ciò che colpisce dei tuoi lavori è la loro unicità, quindi il loro costante mutare; texture, materiali e oggetti sempre diversi. Dove trovi l’ispirazione per allestire questi pensieri e in che modo i materiali influiscono sulla resa finale?

L’ispirazione può venire da ovunque: cose che leggo, che vedo, che ascolto. Spesso la natura mi ispira. E spesso quello che succede è che mi metto lì e penso: penso alle cose per me più importanti, cerco di dipanare i paradossi esistenziali. Naturalmente non ci riesco. Ma magari nel tragitto escono delle cose – frammenti, intuizioni – e così li metto in scena nel mondo della materia. Altre volte invece parto dai materiali, li muovo, allestisco delle specie di teatrini, ci faccio entrare personaggi, provo oggetti di scena. E così viene un’idea. E lo stesso materiale può essere un mare con il riflesso del sole sull’acqua o un cielo notturno stellato. Vale tutto.

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Natura. Quasi la totalità dei tuoi minimondi sono frammenti rubati, o presi in prestito, dal mondo naturale. Qual è il tuo rapporto con questa dimensione e perché scegli di rappresentarlo così spesso?

– Natura – la risposta è Nostalgia.
La natura è tutto – bellezza, mistero, ferocia, scoperta, avventura. E’ la vita. Provo una nostalgia terribile per una vita che non ho vissuto, immersa nella natura. Sono cresciuta a Milano e la mia natura quotidiana erano i giardinetti di via Quadronno, dove andavo a giocare tutti i pomeriggi. Rispetto ai parchi romani, immagina un’aiuola polverosa. C’erano dei pratini spelacchiati – 3 – su cui giocavamo a calcio, dei giochi – lo scheletro di una locomotiva fatto di tubi d’acciaio, una cosa pericolosissima, a ripensarci oggi, da cui infatti ogni tanto qualcuno cadeva facendosi malissimo – delle sezioni di tubi di cemento colorati, c’era una fontana, qualche panchina dove mamme nonne e tate chiacchieravano, dei vialetti su cui si sfrecciava in bicicletta. E poi alberi e cespugli. Pochi – li conoscevamo personalmente tutti. Eppure quel microscopico mondo, quel fazzoletto di cemento e polvere dove pochi coraggiosi rappresentanti del mondo vegetale riuscivano a sopravvivere, era il nostro mondo selvaggio. Strisciavamo sotto i cespugli più puzzolenti, c’era un angolo di arbusti fitti, una betulla su cui ci si poteva arrampicare un po’. Conoscevamo ogni angolo di quel mondo, ogni cunetta su cui crossare in bici, ogni palo, ogni possibile nascondiglio. Perché per noi quello era il mondo, il mondo libero e selvaggio dove galoppavamo e ci arrampicavamo e ci inseguivamo e ci nascondevamo, come creature selvagge, appunto. A ripensarci ora, mi viene da dire che forse i giardinetti di Via Quadronno hanno contribuito allo sviluppo della mia fantasia, a partire da piccoli spazi.
Non c’è tanto bisogno di spazio, per l’immaginazione. Basta un foglio, o un giardinetto polveroso.
Io sono cresciuta in una natura addomesticata – i giardinetti, il mare d’estate a Rapallo (l’anti-natura, l’anti-mare, direi), il giardino della casa dei nonni sul lago di Como – un altro piccolo mondo.
Poi però avevo un altro mondo naturale a cui attingere; quasi tutti i fine settimana andavamo da Mario, un amico di famiglia, che aveva una casa e un grande terreno sul fiume Adda, un orto botanico in perpetuo divenire. Quello sì che era un mondo selvaggio. E anche quello era il regno dei bambini: i grandi facevano la loro vita, lavoravano per lo più alla rivoluzione permanente che Mario metteva in atto nel suo regno, e noi bambini, pagato il contributo quotidiano di lavoro e trasportate un paio di carriole su e giù tra il parco e la casa che si trovava su una collina più in alto, eravamo liberi di scorrazzare come un branco di lupetti dandoci la caccia e vivendo grandi avventure. Lì c’era una cascata da scalare, un giardino giapponese, boschi e laghi, e naturalmente il fiume, con le sue correnti e i fondi fangosi e i lucci tra le canne. Lì si creavano capanne che poi era difficile ritrovare. C’era tutto lo spazio che serviva.
Questo è stato il mio imprinting con il mondo naturale. A singhiozzo.
Poi naturalmente ci sono stati i viaggi, le vacanze, e crescendo spessissimo ho viaggiato in posti dove la natura era selvaggia.
Gli occhi sono affamati di spazio, le orecchie del canto degli uccelli e del respiro del mare, le gambe sono affamate di chilometri. Quando posso mi ritiro nella natura. Nei grandi spazi, come in Canada, oppure nel giardino di casa alle Cinque Terre: un altro mondo piccolo, ma genuinamente selvatico, circondato dai boschi, le montagne e il mare. La natura mi nutre e mi da gioia e mi ispira e perché smetta di parlarne devi darmi una randellata in testa.

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Dal reperire i materiali fino alla sigillatura finale, quanto tempo impieghi per realizzare un minimondo?

Poco o moltissimo. Alcuni restano aperti per mesi, anni, perché manca qualcosa, magari un fondale o un titolo che mi convinca. Altri in pochi giorni sono chiusi. Comunque c’è un processo di finalizzazione che implica il lavoro e la sigillatura del falegname, l’incisione al laser del titolo e in genere un set fotografico professionale. Quindi non è mai pochissimo.

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Nonostante alcuni dei tuoi retablos fungano da denuncia, come vediamo in “Intanto, sul pianeta accanto”, trasmettono un certo senso di leggerezza e ironia. Italo Calvino, nel suo saggio sulla Leggerezza scrisse: “Ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.” Sottrarre peso ai problemi, osservarli dall’alto e da prospettive diverse, proprio come per i tuoi lavori. Sono parole in cui ti rispecchi?

Totalmente. La leggerezza è un grande dono, una grazia. Io sono anche molto pesante. I miei pensieri, le mie emozioni lo sono. So che quando riesco ad esprimere quello che provo e che penso con leggerezza i messaggi arrivano più facilmente – anche dentro di me. Mi aiuto da sola, quando trovo una chiave più leggera – anche se i temi sono importanti e densissimi. L’umorismo è un grande alleato nel lavoro di ammorbidire il mattone che è il mondo. C’è bisogno di leggiadria, come c’è bisogno di umorismo.
Alcuni retablos hanno uno stile “classico”, altri più avanzato e sperimentale. Hai in mente progetti particolari per il futuro, innovazioni?

Non so cosa intendi con classico e sperimentale. Vorrei continuare a inventarmi cose che stupiscano me per prima. Potrebbero essere Retablos luminosi, musicali, profumati – ma anche cose super semplici. Un sasso. Vale tutto, purché servano a far arrivare il messaggio che portano e non siano effetti speciali gratuiti.
Forse quello che mi interessa di più adesso è lavorare su dei temi. All’inizio ho fatto Retablos su temi diversissimi; forse dovevo scaldarmi e tirare fuori un po’ di cose. Ora mi sento di usare i Retablos insieme, come se fossero le parole di una canzone.
Mi viene in mente una delle mie campagne pubblicitarie preferite, un vecchio spot di Fallon per EDS. In un’epica ambientazione western, dei cowboy guidano una grande mandria di gatti. La campagna è girata meravigliosamente ed è esilarante. Il concetto è: prendiamo cose diverse e le portiamo tutte nella stessa direzione. Ecco, vorrei che i miei Retablos nel futuro fossero come una mandria di gatti che galoppa nella stessa direzione. E’ una cosa pazza e bellissima, esilarante e potente come una grande magia.

Qui di seguito vi lasciamo il link al suo sito dove potrete osservare una gallery piena di altri lavori! Alla prossima intervista.

A cura di Giacomo Sovrano

http://www.retablos.it

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